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MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE AL POPOLO SARDO

Posted By cubeddu On 15 marzo 2012 @ 06:29 In Blog,Indipendentismo,Politica sarda,Storia della Sardegna | Comments Disabled

 

 

Il discorso fu scritto nel luglio 1967 per essere rivolto al Popolo Sardo dai canali della RAI dal Presidente della Regione Giovanni Del Rio. Censurato dalla presidenza dell’emittente radiotelevisiva statale, il discorso del presidente ai suoi concittadini in un momento drammatico della storia sarda ,  è stato ritrovato presso l’archivio della Fondazione Sardinia nelle carte del Fondo Titino Melis, allora segretario del Psd’az deputato e componente del consiglio di amministrazione della rai. Viene reso pubblico per la prima volta in occasione del nuovo contrasto tra le istituzioni della Sardegna e lo Stato italiano.

(In quest sito è possibile trovare una ricostruzione storica del periodo e della vicenda cliccando in alto su PUBBLICAZIONI/MONOGRAFIE/SARDISTI II, a partire dalla pag. 535 ss.)

Cittadini,

nel breve discorso che a me oggi spetta la responsabilità e l’onore di rivolgere al Popolo Sardo, mi sembra anzi ­tutto necessario offrire alcuni chiarimenti circa i pressanti motivi che hanno indotto il Consiglio Regionale della Sardegna ad assumere un atteggiamento polemico e di protesta nei confronti del Governo nazionale; protesta e polemica a cui avremmo ben volentieri rinunziato, ma che non possiamo evitare perché dagli eventi e dalla congiuntura presente ci vengono imposte come improrogabile azione di difesa delle nostre più giuste aspirazioni, ovvero di quel vasto e profondo processo di sviluppo di cui tanto si parla e a cui si fa riferimento, di solito, con la parola “Rinascita”.

Dopo secoli di abbandono a un triste isolamento, vogliamo ricordare che nel clima nuovo e democratico seguito alla caduta del Fascismo e alla fine della guerra, fu riconosciuto ai sardi il diritto alla autonomia, tanto appassionatamente ambita, affinché attraverso l’autonomia si tentasse di colmare l’ingiusto divario di civiltà, di cultura e di benessere che mortificava l’Isola nostra nei confronti delle regioni più avanzate d’Italia.

Si trattava di affrontare infiniti e complessi problemi economici e sociali, di creare nuove strutture produttive, di modificare e rimuovere quelle esistenti ma arretrate e quasi primitive perché da troppo tempo immobili e appena sufficienti ad una stentata sussistenza; si trattava di studiare metodi e strumenti razionali, di determinare nelle popolazioni fiducia nella propria virtù e di orientamenti indispensabili al progresso e all’organizzazione moderna del lavoro e della vita. Si trattava dunque di uno sforzo immenso di cui i Sardi tanto meno potevano essere capaci quanto più erano poveri e depressi.

E lo Stato riconobbe giustamente l’esigenza di soccorrere la Sardegna con un piano di interventi straordinari che valessero, come una forte carica di lancio, a rompere l’immobilità della nostra economia e a imprimerle un moto vigoroso di espansione e di progresso.

Ora io non ignoro che la maggior parte dei Sardi, vuoi perché troppo ansiosi e ingenuamente illusi che sarebbe stato facile mutare da un giorno all’ altro la sorte dell’ Isola, vuoi perché non hanno potuto seguire né valutare attentamente il grave travaglio dei governi regionali finora succedutisi, non ignoro che molti sono delusi, amareggiati, scoraggiati.

Eppure molta strada si è fatta, ove si voglia onestamente riconoscere che siamo partiti da quote estremamente basse, senza strumenti di sorta, senza esperienza, senza chiarezza e forse con pochissime idee. Oggi molte strutture accennano a muoversi modernamente, oggi sappiamo chiaramente che cosa vogliamo e dove andiamo.

Non dico queste cose in difesa della classe politica dirigente o per apologia del governo regionale, bensì perché è ancora necessario, ora più che mai, che il popolo sardo non perda la fiducia di vincere la sua battaglia; e questo è appunto un momento cruciale e forse determinante della lotta per la rinascita.

I governi e gli uomini politici non sfuggiranno alle loro responsabilità né al giudizio della storia e dei sardi; ma non è questa l’ora di recriminazioni vane, di accuse e di processi a noi stessi. Ora ci troviamo di fronte a un fatto troppo importante che può veramente decidere il nostro avvenire e che pertanto richiede da parte nostra una ferma concordia e unità d’intenti.

Ho accennato rapidamente all’ esigenza, peraltro riconosciuta dallo Stato, di quella carica di lancio, per così dire, indispensabile ad avviare la Sardegna verso forme moderne di sviluppo; questo intervento statale di rottura, come tutti sanno, è rappresentato dalla somma di 400 miliardi da erogare in 12 anni. Ma era ovvia e chiarissimo che tale intervento doveva considerarsi straordinario e aggiuntivo e che gli altri interventi non solo non dovevano essere lesinati ma dovevano anzi sempre più adeguarsi alla reale situazione di bisogno dell’isola.

A tal fine, il Consiglio Regionale, nella seduta del 1O maggio 1966, approvava un ordine del giorno-voto al Parlamento nel quale, fra le altre cose, si constatava che “i fondi straordinari previsti dalla legge 588 del 1962 rappresentano soltanto il 17% dei mezzi di investimento necessari alla Sardegna per avviare la rinascita”; si ricordava che “il Piano regionale sardo deve avere come sue caratteristiche fondamentali la globalità, la aggiuntività e la straordinarietà”, e si facevano voti affinché, nel quadro di una rinnovata politica meridionalista, fosse data “assoluta priorità allo sviluppo del Mezzogiorno e delle Isole”; si richiamava infine la citata legge 588 laddove è imposto ai Ministeri e in particolare a quello delle Partecipazioni Statali e agli Enti pubblici e segnatamente all’ENE1, di disporre i loro interventi secondo le direttive vincolanti del Piano regionale di sviluppo.

Si chiedeva, specialmente, al Governo che la quota di spesa pubblica prevista nel programma economico nazionale per il Mezzogiorno e le Isole venisse adeguata in relazione alla assoluta insufficienza dei mezzi degli Enti locali; che si incentivasse l’industrializzazione e si localizzassero nel Sud tutte le nuove iniziative a carattere pubblico; che si adottasse un sistema di tariffe elettriche differenziate per il Mezzogiorno e la Sardegna onde favorire lo sviluppo delle industrie e delle attività agricole e artigianali; che si assicurasse un adeguato incremento dei mezzi finanziari a disposizione del Credito Industriale Sardo; che si ripristinasse il finanziamento dei piani particolari di opere pubbliche e di trasformazioni fondiarie” così come previsto nello Statuto speciale; che si creasse un sistema di collegamenti interni ed esterni, tali da consentire l’effettiva integrazione dell’ isola nella struttura economica italiana ed europea; che si avviasse insomma un processo di sviluppo capace di garantire la massima occupazione stabile e livelli di reddito adeguati.

Il Governo nazionale, la cui tensione meridionalista sembra fortemente allentata, ha accolto il voto dei Sardi con un debole e per nulla incoraggiante “terremo conto”, laddove l’accoglimento totale delle giuste richieste è da noi considerato assolutamente indispensabile non dico per proseguire nel cammino della Rinascita ma, più veramente, per entrare nel cammino della Rinascita e cioè per la creazione di un tessuto industriale sano ed efficiente, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il potenziamento del turismo e di ogni altra attività, per eliminare la disoccupazione, per limitare la drammatica necessità dell’emigrazione, uno dei fenomeni più gravi che minaccia di privare la Sardegna delle sue forze migliori.

Dinanzi a tali atteggiamenti fortemente lesivi dei supremi interessi dei Sardi, non possiamo restare né indifferenti né inerti, e il Consiglio Regionale, per l’urgenza evidente di accelerare il processo di Rinascita, ha perciò voluto richiamare l’attenzione degli Organi centrali, ma specialmente del Governo, sulla grave responsabilità che essi si assumono nel momento in cui praticamente respingono le istanze del popolo sardo.

Il Consiglio Regionale unanime rivolge in quest’ ora un caldo appello a tutte le popolazioni affinché siano consapevolmente partecipi e solidali nel momento in cui esprimiamo la nostra insoddisfazione e il più fermo proposito perché il Voto al Parlamento sia sostanzialmente accolto. Soltanto a questo patto il mito della Rinascita si farà operante realtà per i contadini sardi, per i pastori, gli operai, gli artigiani, i pescatori, i lavoratori tutti, gli impiegati e i professionisti, e la Sardegna potrà finalmente rompere l’isolamento che la rese povera e infelice.

Cittadini di tutta la Sardegna!

In rappresentanza della Giunta e di tutto il Consiglio Regionale, io mi rivolgo a voi con affetto di concittadino responsabile e vi invito, vi prego di non rinunziare alle vostre speranze, di non cedere alla sfiducia e al pessimismo, ma di vigilare, operare, meditare sul presente e sul futuro destino di questo popolo coraggioso e sfortunato che vive dolorosamente e cerca la sua via in un lembo di terra la quale non più, oggi, per sole difficoltà di geografia naturale, non più dovrebbe negare ai suoi figli di comparire con parità di giudizio e di rispetto davanti alle più civili e più libere comunità dell’Europa.

Questa terra, al centro del più bello, più famoso e più conteso mare che esista, non pretendiamo che per sua natura debba essere il giardino del mondo; ma siamo convinti che dispone di sufficienti risorse per offrire giuste ragioni di vita al popolo che l’abita purché si rimuovano, con slancio ulteriore e decisivo, i secolari impedimenti che ostacolano la strada del suo riscatto.

Questo sforzo appunto noi chiediamo allo stato italiano, sicuri di non chiedere soltanto la Rinascita della Sardegna ma, in una visione più vasta, il progresso complessivo dell’Italia, della quale siamo parte non ultima, della quale vogliamo essere parte non diversa, né più sottomessa per poter contribuire più degnamente e da liberi cittadini al suo più grande benessere e alla sua maggiore civiltà.

 

(Archivio della Fondazione Sardinia, Fondo Giovanni Battista Melis, c.502, f.27)

 

 

 

Lettera di Giovanni Del Rio, presidente della Giunta Regionale della Sardegna a Giovanni Battista Melis (datata Cagliari, 20 luglio 1967), in allegato:

 

A)  telegramma al dottor Ettore Bernabei, direttore generale della R.A. I. ;

 

B)  testo del discorso che il Presidente Giovanni Del Rio avrebbe pronunciato in occasione della “giornata di lotta del 17 luglio 1967.

 

Egregio Onorevole,

 

ritengo doveroso e opportuno informarLa ufficialmente dell’increscioso    incidente intervenuto, qualche giorno addietro, fra me e i dirigenti della RAI-TV.

 

In attuazione ad un ordine del giorno, votato unanimemente dal Consiglio regionale, che impegnava la Giunta a prendere le opportune iniziative per la organizzazione di una “giornata regionale di azione rivendicativa”, ho pensato fosse quanto mai utile, oltre alle altre iniziative, rivolgere ai cittadini sardi un messaggio di saluto che servisse a spiegare e a precisare motivazioni, che avevano indotto tutte le parti politiche presenti in Consiglio regionale a organizzare la giornata di protesta.

Attraverso l’Ufficio….                            la Presidenza della giunta

regionale vi furono … con la sede di Cagliari della RAI e con la Direzione Generale della RAI-TV, per precisare le modalità della trasmissione. A seguito di  … a richiesta fu altresì inviata copia del testo e messaggio che si sarebbe dovuto diffondere.

Sabato mattina, 15 luglio, mi fu personalmente comunicato dal responsabile romano del giornale radio e dal Direttore generale, Dottor Ettore Bernabei, che la RAI-TV non poteva accogliere la mia richiesta, portando motivazioni di varia natura.

La convinzione che i motivi offerti non fossero validi e che si stesse commettendo una palese violazione dei precisi diritti costituzionali, mi hanno indotto a protestare telegraficamente con lo stesso Dottor Bernabei e a rendere successivamente pubblici i testi del telegramma e del messaggio.

Questi sono i fatti sui quali ritengo sia quanto mai lecito attendersi un giudizio motivato e una valutazione politica della Commissione parlamentare per la vigilanza sulle radio diffusioni. Questo non tanto per invocare accertamenti di responsabilità di persone od organi e conseguenti provvedimenti, quanto per attirare l’attenzione dell’ on .1e Commissione su un fatto che, se diventasse regola, potrebbe portare a pericolose deviazioni delle norme di corretta vita democratica.

Le accludo in copia i testi del telegramma inviato al Dottor Bernabei e del messaggio non autorizzato per la diffusione radiofonica.

Distinti saluti.

 

 

 

- Giovanni Del Rio –

 

 

 

 

 

 

A)

TELEGRAMMA URGENTE                        Cagliari, 15 luglio 1967

DOTTOR ETTORE BERNABEI DIRETTORE GENERALE RAI TV

ROMA

 

 

A)TELEGRAMMA URGENTE                   Cagliari, 15 luglio 1967

DOTTOR ETTORE BERNABEI DIRETTORE GENERALE RAI TV

ROMA

N. 02399/GAB. PROFONDAMENTE AMAREGGIATO PER SUA IMPREVISTA ET IMPREVEDIBILE DECISIONE DIRETTA AT NON CONSENTIRMI RIVOLGERE INDIRIZZO AT MIEI CONCITTADINI SARDI OCCASIONE GIORNATA PROTESTA PER MANCATO ACCOGLIMENTO ORDINE DEL GIORNO VOTO CONSIGLIO REGIONALE DA PARTE GOVERNO VIRGOLA PROTESTO VIVAMENTE PER OFFESA CHE VIENE ARRECATA NON TANTO ALLA MIA PERSONA QUANTO INTERA GIUNTA REGIONALE ET POPOLAZIONE SARDA SOTTOPOSTE ANCORA A GRAVE UMILIAZIONE DA ATTEGGIAMENTO CHE ESIMOMI QUALIFICARE PUNTO RISERVOMI INFORMARE SINGOLI MEMBRI COMMISSIONE PARLAMENTARE VIGILANZA RAI TV PUNTO DISTINTI SALUTI PUNTO

 

DEL RIO PRESIDENTE REGIONE SARDA

 

B)

Cittadini,

nel breve discorso che a me oggi spetta la responsabilità e l’onore di rivolgere al Popolo Sardo, mi sembra anzi ­tutto necessario offrire alcuni chiarimenti circa i pressanti motivi che hanno indotto il Consiglio Regionale della Sardegna ad assumere un atteggiamento polemico e di protesta nei confronti del Governo nazionale; protesta e polemica a cui avremmo ben volentieri rinunziato, ma che non possiamo evitare perché dagli eventi e dalla congiuntura presente ci vengono imposte come improrogabile azione di difesa delle nostre più giuste aspirazioni, ovvero di quel vasto e profondo processo di sviluppo di cui tanto si parla e a cui si fa riferimento, di solito, con la parola “Rinascita”.

Dopo secoli di abbandono a un triste isolamento, vogliamo ricordare che nel clima nuovo e democratico seguito alla caduta del Fascismo e alla fine della guerra, fu riconosciuto ai sardi il diritto alla autonomia, tanto appassionatamente ambita, affinché attraverso l’autonomia si tentasse di colmare l’ingiusto divario di civiltà, di cultura e di benessere che mortificava l’Isola nostra nei confronti delle regioni più avanzate d’Italia.

Si trattava di affrontare infiniti e complessi problemi economici e sociali, di creare nuove strutture produttive, di modificare e rimuovere quelle esistenti ma arretrate e quasi primitive perché da troppo tempo immobili e appena sufficienti ad una stentata sussistenza; si trattava di studiare metodi e strumenti razionali, di determinare nelle popolazioni fiducia nella propria virtù e di orientamenti indispensabili al progresso e all’organizzazione moderna del lavoro e della vita. Si trattava dunque di uno sforzo immenso di cui i Sardi tanto meno potevano essere capaci quanto più erano poveri e depressi.

E lo Stato riconobbe giustamente l’esigenza di soccorrere la Sardegna con un piano di interventi straordinari che valessero, come una forte carica di lancio, a rompere l’immobilità della nostra economia e a imprimerle un moto vigoroso di espansione e di progresso.

Ora io non ignoro che la maggior parte dei Sardi, vuoi perché troppo ansiosi e ingenuamente illusi che sarebbe stato facile mutare da un giorno all’ altro la sorte dell’ Isola, vuoi perché non hanno potuto seguire né valutare attentamente il grave travaglio dei governi regionali finora succedutisi, non ignoro che molti sono delusi, amareggiati, scoraggiati.

Eppure molta strada si è fatta, ove si voglia onestamente riconoscere che siamo partiti da quote estremamente basse, senza strumenti di sorta, senza esperienza, senza chiarezza e forse con pochissime idee. Oggi molte strutture accennano a muoversi modernamente, oggi sappiamo chiaramente che cosa vogliamo e dove andiamo.

Non dico queste cose in difesa della classe politica dirigente o per apologia del governo regionale, bensì perché è ancora necessario, ora più che mai, che il popolo sardo non perda la fiducia di vincere la sua battaglia; e questo è appunto un momento cruciale e forse determinante della lotta per la rinascita.

I governi e gli uomini politici non sfuggiranno alle loro responsabilità né al giudizio della storia e dei sardi; ma non è questa l’ora di recriminazioni vane, di accuse e di processi a noi stessi. Ora ci troviamo di fronte a un fatto troppo importante che può veramente decidere il nostro avvenire e che pertanto richiede da parte nostra una ferma concordia e unità d’intenti.

Ho accennato rapidamente all’ esigenza, peraltro riconosciuta dallo Stato, di quella carica di lancio, per così dire, indispensabile ad avviare la Sardegna verso forme moderne di sviluppo; questo intervento statale di rottura, come tutti sanno, è rappresentato dalla somma di 400 miliardi da erogare in 12 anni. Ma era ovvia e chiarissimo che tale intervento doveva considerarsi straordinario e aggiuntivo e che gli altri interventi non solo non dovevano essere lesinati ma dovevano anzi sempre più adeguarsi alla reale situazione di bisogno dell’isola.

A tal fine, il Consiglio Regionale, nella seduta del 1O maggio 1966, approvava un ordine del giorno-voto al Parlamento nel quale, fra le altre cose, si constatava che “i fondi straordinari previsti dalla legge 588 del 1962 rappresentano soltanto il 17% dei mezzi di investimento necessari alla Sardegna per avviare la rinascita”; si ricordava che “il Piano regionale sardo deve avere come sue caratteristiche fondamentali la globalità, la aggiuntività e la straordinarietà”, e si facevano voti affinché, nel quadro di una rinnovata politica meridionalista, fosse data “assoluta priorità allo sviluppo del Mezzogiorno e delle Isole”; si richiamava infine la citata legge 588 laddove è imposto ai Ministeri e in particolare a quello delle Partecipazioni Statali e agli Enti pubblici e segnatamente all’ENE1, di disporre i loro interventi secondo le direttive vincolanti del Piano regionale di sviluppo.

Si chiedeva, specialmente, al Governo che la quota di spesa pubblica prevista nel programma economico nazionale per il Mezzogiorno e le Isole venisse adeguata in relazione alla assoluta insufficienza dei mezzi degli Enti locali; che si incentivasse l’industrializzazione e si localizzassero nel Sud tutte le nuove iniziative a carattere pubblico; che si adottasse un sistema di tariffe elettriche differenziate per il Mezzogiorno e la Sardegna onde favorire lo sviluppo delle industrie e delle attività agricole e artigianali; che si assicurasse un adeguato incremento dei mezzi finanziari a disposizione del Credito Industriale Sardo; che si ripristinasse il finanziamento dei piani particolari di opere pubbliche e di trasformazioni fondiarie” così come previsto nello Statuto speciale; che si creasse un sistema di collegamenti interni ed esterni, tali da consentire l’effettiva integrazione dell’ isola nella struttura economica italiana ed europea; che si avviasse insomma un processo di sviluppo capace di garantire la massima occupazione stabile e livelli di reddito adeguati.

Il Governo nazionale, la cui tensione meridionalista sembra fortemente allentata, ha accolto il voto dei Sardi con un debole e per nulla incoraggiante “terremo conto”, laddove l’accoglimento totale delle giuste richieste è da noi considerato assolutamente indispensabile non dico per proseguire nel cammino della Rinascita ma, più veramente, per entrare nel cammino della Rinascita e cioè per la creazione di un tessuto industriale sano ed efficiente, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il potenziamento del turismo e di ogni altra attività, per eliminare la disoccupazione, per limitare la drammatica necessità dell’emigrazione, uno dei fenomeni più gravi che minaccia di privare la Sardegna delle sue forze migliori.

Dinanzi a tali atteggiamenti fortemente lesivi dei supremi interessi dei Sardi, non possiamo restare né indifferenti né inerti, e il Consiglio Regionale, per l’urgenza evidente di accelerare il processo di Rinascita, ha perciò voluto richiamare l’attenzione degli Organi centrali, ma specialmente del Governo, sulla grave responsabilità che essi si assumono nel momento in cui praticamente respingono le istanze del popolo sardo.

Il Consiglio Regionale unanime rivolge in quest’ ora un caldo appello a tutte le popolazioni affinché siano consapevolmente partecipi e solidali nel momento in cui esprimiamo la nostra insoddisfazione e il più fermo proposito perché il Voto al Parlamento sia sostanzialmente accolto. Soltanto a questo patto il mito della Rinascita si farà operante realtà per i contadini sardi, per i pastori, gli operai, gli artigiani, i pescatori, i lavoratori tutti, gli impiegati e i professionisti, e la Sardegna potrà finalmente rompere l’isolamento che la rese povera e infelice.

Cittadini di tutta la Sardegna!

In rappresentanza della Giunta e di tutto il Consiglio Regionale, io mi rivolgo a voi con affetto di concittadino responsabile e vi invito, vi prego di non rinunziare alle vostre speranze, di non cedere alla sfiducia e al pessimismo, ma di vigilare, operare, meditare sul presente e sul futuro destino di questo popolo coraggioso e sfortunato che vive dolorosamente e cerca la sua via in un lembo di terra la quale non più, oggi, per sole difficoltà di geografia naturale, non più dovrebbe negare ai suoi figli di comparire con parità di giudizio e di rispetto davanti alle più civili e più libere comunità dell’Europa.

Questa terra, al centro del più bello, più famoso e più conteso mare che esista, non pretendiamo che per sua natura debba essere il giardino del mondo; ma siamo convinti che dispone di sufficienti risorse per offrire giuste ragioni di vita al popolo che l’abita purché si rimuovano, con slancio ulteriore e decisivo, i secolari impedimenti che ostacolano la strada del suo riscatto.

Questo sforzo appunto noi chiediamo allo stato italiano, sicuri di non chiedere soltanto la Rinascita della Sardegna ma, in una visione più vasta, il progresso complessivo dell’Italia, della quale siamo parte non ultima, della quale vogliamo essere parte non diversa, né più sottomessa per poter contribuire più degnamente e da liberi cittadini al suo più grande benessere e alla sua maggiore civiltà.

 

(Archivio della Fondazione Sardinia, Fondo Giovanni Battista Melis, c.502, f.27)

 

 

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