LA SETTIMANA SANTA DELLA CLASSE DIRIGENTE SARDA, di Salvatore Cubeddu
Lo confesso, ho trepidato nei giorni precedenti lo sciopero sindacale dell’industria in Sardegna. Era il quarto sciopero generale in tre anni, unitario, praticamente sulle stesse parole d’ordine, quelle di sempre, occupazione e sviluppo. Perché i nostri lavoratori dovrebbero continuare a venire a Cagliari, percorrere le stesse strade, gridare (sempre meno) identici slogans, ascoltare (in pochissimi) i discorsi gridati nello stesso modo, sentire di quei problemi non risolti e che, proprio ora, è quasi impossibile pensare che lo potranno ?… Eppure è andata bene anche questa manifestazione. Adeguatamente numerosa (delle manifestazioni si contano i piedi dei partecipanti…. almeno da parte dei promotori … ), serena quanto basta per non preoccupare le forze dell’ordine, soddisfacente per le esigenze poste dai dirigenti sindacali: la conferma della loro rappresentanza. E poi? E ora? Ancora una manifestazione inutile? Andremo avanti a lungo con la gente a passeggiare in direzione di una piazza?
Non era mai stato affermato così esplicitamente: “organizzazioni dei lavoratori e governo si muovono su piani diversi. Lo sciopero dell’industria è forse oggi l’ultimo tentativo di riavvicinare i due mondi. Riavvicinarli prima che sia troppo tardi: per la coesione sociale, sempre più a rischio, e per la necessità di costruire il futuro” (La Nuova Sardegna, 13.03.2012). E non meravigli che l’unica organizzazione in Sardegna che esplicitamente abbia rifiutato l’adesione allo sciopero e alla manifestazione di ieri, gli indipendentisti di Progres, abbiano affermato, ripresi da più di un commentatore: “«È necessario progettare e pianificare presente e futuro su basi totalmente diverse. A cominciare», sostengono, «dal pretendere le risorse finanziarie che ci spettano di diritto. Poi mettendole a frutto nei settori strategici, nel comparto energetico, nella ricerca, nell’istruzione, nei trasporti interni ed esterni, nel settore agroalimentare. La vertenza sarda», concludono, «è nazionale solo in Sardegna. Questa è l’ottica con la quale dobbiamo affrontarla. Non per una adesione ideologica a un’utopia, ma per presa d’atto della nostra realtà storica» (L’Unione Sarda 13.03.2012).
E’ da anni che commento su un qualche giornale uno sciopero generale del sindacato sardo che, oramai da qualche ventennio, solo in Sardegna fa manifestazioni comuni. Un corteo sindacale è qualcosa di più di una semplice sfilata di lavoratori in lotta. In Sardegna è la prova della visibilità di un popolo. Il popolo sardo non ha altri, al momento e da quasi quarant’anni, che lo metta insieme. Questo è il merito di Cgil Cisl Uil. Ma è pure la fonte della sua responsabilità. E lo sappiamo bene: il popolo segue in processione i santi anche quando non fanno miracoli. Ma, una volta che i fedeli si accorgessero che il santo non ascolta, perderanno definitivamente la fede. Quel che teme il giornalista del giornale sassarese, identificando la fede con la coesione sociale.
Di questo avremmo voluto parlare prima che partisse la manifestazione. Non l’abbiamo fatto per non agevolare un eventuale insuccesso. Passato il pericolo, possiamo dircela tutta. Con ieri è iniziata una ‘settimana santa della politica in Sardegna’. I sindacati sardi hanno chiesto e ottenuto la conferma di una delega, per il lavoro, per lo sviluppo e le riforme. Hanno nuovamente ottenuto la convocazione, presso il Consiglio regionale, degli Stati Generali del Popolo Sardo. Parole impegnative, i primi stati generali dopo la rivoluzione francese hanno portato a un nuovo ordine dopo l’uccisione del re. Il Consiglio regionale sardo organizza incontri con questo nome per non morire lui. Mentre il problema è se questa nostra classe dirigente che si riunisce sia in grado di fare vivere noi. Tutto qui, figurativi se è poco!
Come andrà a finire? Male. Fossi un inglese (e in Inghilterra) scommetterei nove a uno che: 1. della piattaforma verrà stralciata la vertenza Alcoa, su cui si punterà, anche perché i lavoratori non si fermeranno e perché vengono seguiti da un sindacato italiano serio (Fim Fiom, Uilm); 2. è probabile che la vertenza con lo Stato neanche inizi con la serietà e coerenza che dovrebbe: i grandi partiti che appoggiano Monti a Roma hanno in Sardegna dei dirigenti a loro fedeli che mai metterebbero nel concreto i giusti interessi dei sardi in contraddizione antagonista con quelli del Continente italiano; 3. ottenere dallo Stato il mantenimento degli impegni sottoscritti, con legge costituzionale e l’accordo con la società sarda (nel 2006), presuppone un’onestà che in Italia non è presente presso la sua classe dirigente e una correttezza sulla quale non si può contare. I sindacati stanno correndo un rischio: lo scontro non è solo politico, ma istituzionale. Finora tutti i numerosi scontri espliciti (quelli impliciti e taciti sono stati continui, e a migliaia) tra lo Stato e la Regione si sono risolti sempre con la sconfitta di quest’ultima; 4. Il metodo contrattuale del sindacato non aiuta. Il debito fiscale dello Stato con la Sardegna ha già visto i suoi sconti già nella fase della contrattazione con la giunta Soru. Se oggi, con l’art. 8, hai concordato, mettiamo, dieci, non è che discuti su cinque per poi accontentarti di due!; 5. ciò che è in giuoco è la credibilità del nostro essere in Italia, prima che nei confronti con gli altri, nella serietà del rapporto con noi stessi, guardandoci allo specchio della nostra onestà intellettuale e sociale. Non possiamo prendere in giro noi stessi…
Si parlava di settimana santa della classe dirigente sarda. Abbiamo solo vissuto il primo giorno. (Domani si continua).